lunedì 26 agosto 2013

Numero privato

Sono alcuni giorni che vengo tempestata da telefonate da un "numero privato".
Di solito non rispondo, sapendo che sono sicuramente seccature.
Se rispondo poi mi girano...
E se fosse Francesco?
:D

martedì 20 agosto 2013

Quattro soli a motore ... in fuorigioco.

Anche se in ritardo sulla scadenza del 15 agosto, colgo l'occasione per spalancare le finestre del blog, fare entrare un pochino d'aria fresca (fresca?), e magari togliere qualche ragnatela, sollecitata dall'invito di un amico blogger (quello tutto verde!) a partecipare ad una bella iniziativa: 
Quattro soli a motore scritto da Nicola Pezzoli (per gli amici Zio Scriba), l'hai letto? Ti è piaciuto? Allora dillo al web!
L'ho letto qualche mese fa e rispolverato di recente.
Da ragioniera non mi reputo in grado di scrivere una recensione, non ne sono capace (infatti nei temi ero una schiappa), ma una cosa l'ho notata:  i cadaveri si moltiplicano a vista d'occhio!  :D
Comunque penso che questo romanzo sia una miscellanea di fantasia e autobiografia, ben mescolate al punto da non capire dove si fermi l'una e dove cominci l'altra.
Posso assicurarvi che il dono più grande di Nicola è la scioltezza nel raccontare sensazioni come la paura, la rabbia, l'ingenuità, ma anche la maturità e i sogni del giovane protagonista. 

A mio parere la sensibilità dell'autore esplode nel seguente pezzo:

"Abbassa i pantaloni". Questo gli piaceva, dirlo.
Mi tiravo giù i pantaloni.
"Abbassa le mutande".
Me le tiravo giù, mentre lui alzava la cintura.
Almeno non la usava dalla parte della fibbia. La fibbia la teneva in mano e mi colpiva con l'altra estremità, come una frusta. Ma quella che sentivo io non era proprio una frustata, era più una via di mezzo tra una bastonata e una ferita da taglio. Il primo colpo era più shock che dolore, e col suo porre fine allo spasmo dell'attesa era quasi un assurdo sollievo. Era al secondo che cominciavo a sentir male. Poi a ogni sferzata il dolore aumentava. Da principio ero conscio della specchiera, della vasca da bagno smaltata di bianco, della porta chiusa, della mamma là fuori che non interveniva, di quella ridicola piastrella attaccata storta che sembrava il simbolo della nostra famiglia, col fiore all'ingiù. Alla fine non vedevo e non sapevo più niente. Non ero più sicuro nemmeno del mio nome.
Mentre picchiava, il mio Videla domestico mi sgridava, ma io non percepivo una parola. Pensavo troppo forte. Pensavo alle sue pipe che non fumava quasi mai. Pensavo al suo posto da schiavo in quel magazzino di spedizioni che in teoria avrebbe dovuto calmarlo, perché era quello che desiderava ogni adulto, un posto da schiavo. Pensavo alla sua macchina color diarrea di gallina giù in garage. Pensavo a quanto lo odiavo. Pensavo che ai miei figli tutto questo non sarebbe mai successo. Che li avrei sommersi di baci e carezze a costo di farli diventare femmimaschi.
A volte ero costretto a fare peccato con questo pensiero: che se Dio esistesse davvero, chi picchia i bambini con la cinghia morirebbe mentre lo fa la prima volta che lo fa.

Ma diversi sono i momenti divertenti, ad esempio:
Non era il tipo di maestra di cui i ragazzini s'innamorano: era scialba e vecchiotta, per lo meno quarantenne. 
Se leggesse una cara amica mia, potrebbe aversene a male!!!  

E quindi? Leggetelo!!